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Business Portrait Carlo Caporale Presidente e AD di di Wyser

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Business Portrait Carlo Caporale Presidente e AD di di Wyser
Le opinioni dei nostri esperti
Settembre 3, 2018

“Le organizzazioni? Sempre più snelle e pronte e competere con un mercato che cambia velocemente”

 

Carlo Caporale ha i modi e il perfetto aplomb di un diplomatico, ed era proprio quella la strada che aveva scelto, prima di conoscere il mondo dei cacciatori di teste. Ha fatto tanta strada dal primo stage alle vette di Wyser, la società leader nel settore di ricerca e selezione di profili di middle e senior management di cui in Italia è Presidente e amministratore delegato. Milanese, una formazione classica, una laurea in Scienze Politiche e due segni particolari: una curiosità divorante per tutto lo scibile e una naturale propensione alla leadership. Lo accogliamo nei nostri uffici che distano pochi passi dalla sede di Wyser, affacciata sulla statuaria Stazione Centrale di Milano. 

 

Quali sono state le tappe fondamentali della sua carriera?

Scelsi di fare Scienze Politiche all’Università perché volevo intraprendere la carriera diplomatica. Mi interessava tutto quello che riguardava quel mondo: gli impegni istituzionali, le relazioni con le persone, i diversi contesti geo-politici. Ragionando per sottrazione, ho poi compreso che non avrei fatto l’ambasciatore. Dopo la laurea, infatti, avevo un assoluto bisogno di concretezza e ho compreso qual era la mia vera strada: occuparmi di persone in una logica legata al Business. Così sono entrato nell’ambiente dei cacciatori di teste. La mia prima esperienza l’ho fatta come stagista in una società vecchio stile di Head Hunting che non esiste più da molto tempo. Là ho imparato le prime nozioni: dall’analisi del CV alla classificazione delle risposte a un annuncio e ho compreso l’importanza di come una persona si racconta. Quando ho realizzato che ognuno di quei profili conteneva una storia, ho capito che quel lavoro mi appassionava. Dopo la mia esperienza di stagista sono andato in Adecco che proprio in quel periodo stava aprendo i suoi uffici in Italia. Quello è stato il primo grande salto dentro una realtà importante.  E’ stato un periodo davvero bello e stimolante in cui si respirava un clima pionieristico ma nel contesto di una multinazionale. Seppur giovanissimo mi investivano di grandi responsabilità, avevo la libertà di sperimentare, di proporre, di sbagliare. Il mio capo, infatti, era molto capace, ma poco presente, quindi mi sono adattato a gestire situazioni e fare delle scelte che avrebbe dovuto fare lui. Si impara molto in momenti di difficoltà o di discontinuità. L’assenza di un capo da principio destabilizza, ma poi dà la possibilità di crescere. Le figure manageriali troppo ingombranti rischiano, paradossalmente, di non far avanzare le persone nel loro percorso di carriera. In Adecco ho potuto sviluppare le mie capacità anche perché alla base c’era la tranquillità di poter sbagliare. Un atteggiamento che mi sono portato dietro e che provo a infondere anche a chi lavora con me. Preferisco chi lavora tanto e sbaglia a chi fa poco e sbaglia poco. Nella mia esperienza in Adecco ho anche guidato team composti da molte persone, un compito che ho saputo svolgere bene anche grazie alla mia naturale inclinazione alla condivisione e ad assumermi responsabilità. Questi aspetti sono poi diventati centrali nella mia esperienza successiva, quella in Robert Half International, storico gruppo statunitense nel settore finanziario che ha investito molto nella mia formazione sugli aspetti manageriali. Dopo infatti otto anni circa passati in Adecco e in altre società del gruppo, ricoprendo via via ruoli sempre più importanti nell’ambito della ricerca e selezione del personale, era giunto il momento di fare un altro salto. Il settore che seguivo stava infatti subendo una logica di accentramento che gli faceva perdere potere strategico. Una scelta che personalmente non condividevo: da un punto di vista metodologico e di relazione coi clienti avrebbe dovuto mantenere più autonomia. All’epoca Robert Half aveva appena aperto in Italia, mi hanno chiamato per andare a lavorare con loro in una fase di start up. Un rischio calcolato, mi sono buttato, il feeling era quello giusto. Avevo fiducia nelle persone e nel progetto e ciò ha dato ottimi frutti. Il taglio che ho dato alla mia carriera è così cambiato: Robert Half si occupa di ricerca e selezione di personale in ambito puramente Finance. Mi sono messo a studiare come un pazzo: di giorno lavoravo e la notte studiavo. E’ un’azienda molto seria che investe molto sulle persone ed è là che ho imparato a dare i feedback, un allenamento alla condivisione e a mettersi in discussione. Uno strumento poco o nulla amato dai manager italiani che sono abituati a darne in modo frammentario e discontinuo e spesso solo su aspetti positivi. Spesso le persone che lavorano per queste figure non sanno mai esattamente dove devono migliorare fino a che un problema non diventa una criticità irrisolvibile. Ho imparato a dare e ricevere feedback in modo continuativo e strutturato ed è una pratica che serve tantissimo a me e a chi lavora con me. Gli incontri in cui si affrontano aspetti negativi, con consigli e piani concreti affinché diventino positivi, sono rassicuranti e costruttivi. In Robert Half ho anche imparato l’approccio anglosassone del cacciatore di teste, più metodologico e strutturato. Da qui un nuovo salto, che mi ha portato a dove sono oggi. Spesso sento persone che parlano male del loro passato professionale, io devo dire di essere stato molto fortunato: il mio percorso è stato contrassegnato da molte figure positive che mi hanno aiutato a crescere, ho lavorato per aziende in cui c’è rispetto per le persone, dove c’è la volontà di raggiungere insieme gli obiettivi. Nel 2012 mi ha chiamato un Head Hunter che mi ha parlato di un progetto molto interessante, si trattava al contempo di un turnaround e di una start up in un’azienda che avrei dovuto guidare. Il cambiamento si prospettava molto complesso: in Robert Half ero arrivato al vertice qui in Italia, ma in un ambiente ormai familiare e con un grande sostegno da parte degli americani, là mi sarei trovato da solo ad assumere la leadership in un contesto nel quale avrei dovuto prendere delle decisioni forti. Si trattava di una realtà che andava male e che doveva essere completamente rivoluzionata. Ho parlato di turnaround perché il nucleo originario c’era, fermo e in perdita, composto sia da gente preparata che da personale un po’ parcheggiato, senza obiettivi chiari a causa di infelici scelte manageriali. Esisteva poi alle spalle un gruppo solido, con un bellissimo piano di rilancio e pronto ad investire. Ecco perché ho parlato anche di start up. Una proposta entusiasmante. Ci volevano voglia, energia e ottimismo. Le avevo tutte e mi sono messo in gioco. Il primo anno l’ho passato in apnea, ho preso quattro giorni di ferie, agosto incluso. Mi rendevo conto che anche in vacanza avrei vissuto in una condizione di ansia perenne. Dovevo presidiare, studiare e capire come muovermi. Nel secondo anno ho iniziato a vedere i risultati delle mie analisi e delle mie scelte. La struttura era stata messa in piedi e grazie a un mercato molto positivo nel nostro specifico settore, le cose hanno iniziato ad andare bene.  Noi ci occupiamo di ricerca e selezione di profili che noi definiamo di middle e senior management, è la fascia sottostante l’executive search (amministratore delegato, membro di amministrazione, executive di grandi corporate) ed è composta da personale qualificato, con competenze specifiche e 5-10 anni di esperienza. 

Quali sono le virtù che si riconosce nel ruolo che svolge e quali i lati del suo carattere che vorrebbe migliorare?

Ritengo di avere un carattere equilibrato e sono dotato di una considerevole dose di ottimismo. Stabilisco con le persone con cui lavoro e con gli stakeholder un rapporto positivo basato sulla trasparenza e sulla chiarezza. Anche con i clienti prediligo una comunicazione semplice e lineare. Evito i bizantinismi. Quando devo dare dei feedback scelgo un approccio diretto, usando con cura i termini. L’ottimismo mi serve invece quando devo prendere delle decisioni velocemente, senza avere il tempo di fare analisi approfondite per cronica mancanza di tempo. In quei frangenti mi dico che, nel caso stessi sbagliando, ci saranno poi occasioni per correggere il tiro. L’ottimismo è la miglior cura all’immobilismo. Sono poi una persona molto curiosa, ma questo può essere un aspetto da tenere a freno: ho infiniti interessi, dalla cucina al vino, dall’arte contemporanea ai viaggi, passando per la passione delle automobili e per gli sport, per arrivare all’amore per gli animali e il design. Per non parlare del mio interesse per la sociologia, la politica, la storia della politica, la storia, gli stemmi, le bandiere, ecc. ecc. Il rischio di perdersi in questo mare magnum è dietro l’angolo. Professionalmente la mia curiosità mi permette di conoscere in modo approfondito le persone e le organizzazioni per le quali lavoriamo. Quando vado a visitare le aziende, ogni volta trovo un elemento che mi entusiasma e sono soddisfatto per aver potuto scoprire qualcosa di nuovo. Sono ormai abituato a dei ritmi talmente serrati che ho pochissima pazienza e su questo devo migliorare. Ci sono momenti in cui è necessario analizzare le situazioni in modo approfondito, con dei tempi più lunghi e in questi frangenti divento insofferente, la mia attenzione cala rapidamente. Mi succede anche durante una formazione o un convegno. 

Come coniuga lavoro e vita privata? Potrebbe descriverci un suo giorno lavorativo tipo e un momento di relax?

Premetto che non c’è una netta separazione fra il mio approccio al lavoro e quello che ho nel mio tempo libero. Certo, in ambito professionale sono più metodico e preciso, ma in generale la mia natura non si modifica di molto anche se i due ambiti restano ben separati. Ho la grande fortuna di abitare molto vicino all’ufficio e questo migliora la qualità del mio tempo. Viaggio tantissimo, ma quando sono a Milano, posso godere di questo beneficio. Ciò mi permette di stare in ufficio fino a tardi, sapendo che sono a dieci minuti a piedi da casa. Inoltre nel week end stacco completamente. E’ molto raro che il sabato e la domenica mi metta a lavorare. Ogni tanto guardo le mail, ma con uno spirito molto zen. I week end sono organizzati così: un fine settimana a Milano, in cui concentro mostre, concerti, cinema, cene e aperitivi con amici e conoscenti, e uno fuori città: grandi città europee o destinazioni come il mare o la montagna, a seconda delle stagioni. Un’attività che pratico sempre, sia che stia a Milano o in giro per il mondo, è camminare. Anche per lavoro prendo pochi mezzi di trasporto. Calcolo le distanze e vado a piedi agli appuntamenti. Durante il trasferimento da un luogo a un altro organizzo conference call in cui riesco a concentrarmi perfettamente. Camminando soddisfo la mia grande curiosità: osservo tutto, edifici, vetrine, scuole, chiese, cerco di capire la composizione demografica del quartiere dove sto passeggiando, se ci sono più giovani o anziani, se vivono stranieri e di quale etnia, faccio le mie valutazioni sociologiche, mentre mi sposto. Ogni volta che vado a Londra, ad esempio, visito quartieri che non ho mai esplorato, a volte scendendo a caso aduna fermata della metropolitana che non conosco. 

Ci racconti uno dei suoi successi nei vari momenti: dalla sfida alle difficoltà, dal momento in cui ha temuto di non farcela al raggiungimento dell’obiettivo. 

Non ricordo di avere mai detto “Non ce la farò”, ma non sono attendibile: ho la memoria selettiva e il mio ottimismo mi fa cancellare i lati negativi delle situazioni che ho vissuto. Il momento più duro professionalmente è stato la crisi finanziaria, cominciata con il fallimento in USA della Lehman Brothers nel 2008. In quel momento in Robert Half, che si occupava proprio di profili Finance, i telefoni continuavano a suonare: erano i clienti che bloccavano qualsiasi tipo di progetto in corso. La situazione è stata critica, anche se alle spalle c’era un gruppo molto solido. Abbiamo dovuto snellire l’organico e la cosa che mi ha salvato è stata la trasparenza: avevo sempre parlato chiaro con le persone. Non ho mai pensato di non farcela, ma non nascondo che è stata davvero dura. Il successo più grande è quello che sto vivendo adesso: la società che guido ha raggiunto una posizione sul mercato che era impensabile il giorno che ho intrapreso questa avventura. Su questo non avevo molti dubbi, grazie ad un investitore molto pronto e con una visione di lungo periodo. La mia soddisfazione personale è che nel team attuale – siamo circa un’ottantina – ci sono alcune persone della struttura precedente che all’epoca del mio arrivo erano deluse, poco motivate, in attesa di un riscatto e che oggi sono fra i manager più validi del settore. Un successo per me, ma anche una grande fortuna averle incontrate. La natura umana si può modificare, ma non cambiare radicalmente. Dentro di loro c’erano valori, talenti e competenze che sono riuscite finalmente ad esprimere. 

Qual è il suo rapporto coi social network? Li usa per informarsi? Utilizza Linkedin? Trova che sia uno strumento utile per il suo lavoro oppure pensa che la quantità di inviti e di messaggi rischia di diventare invasiva? 

Non sono un nativo digitale, ma i social mi interessano molto dal punto di vista relazionale, ovvero per quanto riguarda la comunicazione fra le persone e come specchio della società. Distinguo sempre in maniera netta i professional network dai social network. Uso moltissimo Linkedin, per me è uno strumento di lavoro quotidiano, frequento pochissimo Facebook e mi piace molto Instagram, essendo un appassionato di fotografia. Da una parte i social network mi affascinano, percepisco la loro potenza devastante e mi incuriosiscono. Ai candidati, però, suggerisco sempre di non postare immagini sconvenienti o commenti scomodi. Rimangono in Rete per sempre e questo danneggia la reputazione degli utenti. Per il lavoro che svolgo i social diventano fondamentali per raccogliere informazioni. Io stesso sto rifacendo il mio profilo Linkedin grazie al nostro Brand Manager. Anche essere presenti in maniera proficua e continua su Linkedin richiede del tempo, la risorsa che sento mancarmi di più.  

Parlando di sviluppo e trasformazione aziendale pensa che il settore Procurement possa e debba diventare più strategico?

Noi constatiamo che le ricerche di figure specializzate nell’ambito Procurement sono sensibilmente aumentate e sono in crescita. Penso che le aziende stiano prendendo una linea sempre più “terziaria” nel senso che più che produrre, assemblano prodotti di altri. Questo le rende più interconnesse. Un’azienda che avesse internalizzato tutta la sua filiera, paradossalmente non avrebbe più bisogno dell’ufficio acquisti, ma la tendenza è esternalizzare tutta la produzione. Le figure che devono acquistare oggi, dove la produzione è più complessa, sono a loro volta diventate più complesse e strategiche. 

Quali sono secondo Lei i settori in cui le aziende dovranno svilupparsi domani? Quali quindi saranno le principali sfide che dovranno essere superate?

Distinguerei tre macro aree: prodotto, organizzazione e mercati. Per quanto riguardo il prodotto è necessario concentrarsi sul concetto di Internet of Things. Le persone hanno l’esigenza che ogni cosa sia interconnessa con tutto il resto. Tutto ciò che esce dalla sua funzione originaria e si connette con altre attività – faccio l’esempio della t-shirt che ti segnala se il battito cardiaco è regolare o il frigo che ordina direttamente al supermercato le cose che ti mancano –  fa parte di quell’innovazione dei prodotti che è già tema centrale e lo sarà sempre più. L’organizzazione dovrà essere snella perché i mercati cambiano in modo improvviso e repentino e bisogna essere pronti e flessibili, e questo si lega al tema della qualità: saper fare le cose benissimo e molto velocemente è l’unica strada per contrastare una concorrenza spietata. La digitalizzazione in questo senso può fare la differenza facilitando e semplificando i processi. I mercati, infine, dovranno essere il mondo: le aziende devono presidiare le aree d’interesse, grazie anche all’eCommerce. 

Qual è il suo punto di vista sul mondo della consulenza?

Io appartengo al mondo della consulenza e lo trovo molto affascinante. Crea valore, certe volte più di quanto si è in grado di comunicare. Di contro c’è il rischio d’imbattersi in un tipo di consulenza molto fumosa, che non dà un vero sostegno e non sortisce alcun risultato. La sfida è fare in modo che il committente percepisca il beneficio con degli strumenti che gli permettano di giudicare in modo oggettivo l’operato del consulente. Chi riesce a coniugare una visione esterna ad un approccio pratico, hands on, allora riesce davvero a creare valore. 

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