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Business Portrait: Marie – Madeleine Gianni

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Business Portrait: Marie – Madeleine Gianni
Le opinioni dei nostri esperti
Luglio 18, 2018

Dal mondo della consulenza la spinta per creare la sua Fondazione Bet She Can a fianco delle bambine

Marie-Madeleine Gianni ha un sorriso aperto, uno sguardo attento e un accento straniero che affascina e che parla di lei: francese di nascita ma italiana d’adozione, Marie-Madeleine Gianni, ha vissuto in tante parti diverse del mondo, ha due lauree, una in Economia e Commercio presso l’Institut d’Etudes Politiques de Paris, l’altra in Giurisprudenza presso l’Université Panthéon-Sorbonne. Per anni è stata Account Director per il Comparto Pubblico/ Regolamentato, Comparto Sanitario e Comparto Non Profit di BravoSolution Italy, ma nel frattempo ha sviluppato un progetto innovativo per cambiare i paradigmi della società: la Fondazione Bet She Can. Marie-Madeleine fa parte del Senior Advisory Board di Ayming Italia. 

Quali sono state le tappe fondamentali della sua carriera?

Ho iniziato la mia carriera professionale nel Retail, nella grande distribuzione e devo dire che sono stati quattro-cinque anni davvero formativi e molto intensi. Sono stata a capo di un reparto e ho sviluppato tutta una serie di doti anche di tipo imprenditoriale. In Decathlon ho infatti imparato a gestire una squadra, i rapporti con il resto dell’azienda, l’assortimento, la vendita, lo stock, tutte cose che sono diventate un bagaglio fondamentale per la mia carriera. Dopo questa esperienza importante, sono passata alla consulenza di performance aziendale, relativa sia ai processi di acquisto che a quelli di vendita. Dopo tre anni in Solving Italia sono approdata in BravoSolution dove ho lavorato per quattordici anni, concentrandomi sulle tecnologie a supporto del processo di acquisto. Aggiungerei un elemento fondamentale per la mia crescita professionale: un’infanzia vissuta in moltissimi Paesi esteri, Francia, Canada, Olanda, Germania per poi scegliere, vent’anni fa, l’Italia. Ho maturato così un grande amore per la diversità che è diventato un mio valore aggiunto nella vita professionale.  

Quali sono le virtù che si riconosce nel ruolo che svolge e quali i lati del suo carattere che vorrebbe migliorare?

Mi riconosco la capacità di concretizzare i progetti, dal pensiero all’azione. Faccio sì che gli obiettivi fissati sulla carta o a parole, poi si trasformino in fatti, azioni, che accada ciò che è stato deciso. A questo è anche legato un punto da migliorare che è la mia impazienza. Quando infatti ho ben chiara l’idea, devo mettermi all’opera, vorrei non dover aspettare. Patisco un po’ quindi i naturali tempi aziendali di maturazione. Un’altra capacità che mi contraddistingue è quella di saper riconoscere nelle persone le competenze e i punti di forza su cui poggiare la mia azione di gruppo: è molto importante per me formare una squadra ben assortita ed omogenea, come gli ingredienti giusti per una ricetta di successo. Bisogna riconoscere ad ogni individuo le sue capacità peculiari che contribuiscono al buon risultato del team. Troppo spesso nelle aziende si tende a giocare a dama e non a scacchi. Mi spiego meglio: non si può considerare tutti alla stessa stregua, come se ogni pedina fosse uguale ad un’altra; ognuno ha un valore specifico e strategico da valutare e collocare al giusto posto. Per arrivare a questo, però, è necessario saper vedere l’interezza della scacchiera e questo non è banale né scontato. 

Come coniuga lavoro e vita privata? Potrebbe descriverci un suo giorno lavorativo tipo e un momento di relax?

Le mie giornate di relax sono davvero poche e sempre ad incastro. Forse perché ho la fortuna di svolgere tante attività, che mi appassionano, e quindi mi faccio spesso prendere da quelle – non sempre riesco a fermarmi e godermi un momento di relax puro. Gli spazi ci sarebbero, ma non riesco a soffermarmi: Il tempo lo riempio troppo spesso di cose da fare. Ecco vorrei iscrivermi ad un corso intensivo di mindfulness, vorrei cogliere meglio il presente, e trovare ancora più tempo per stare con la mia famiglia, cucinare e leggere un buon libro. 

Ci racconti uno dei suoi successi nei vari momenti: dalla sfida alle difficoltà, dal momento in cui ha temuto di non farcela al raggiungimento dell’obiettivo. 

Parto dal momento in cui ho detto “Getto la spugna” ed è difficile per chi mi conosce sentirmi dire questa frase. Avevo in mente l’idea di un progetto non profit che portasse un cambiamento della società: togliere una serie di stereotipi e pregiudizi che condizionano già dall’infanzia le nostre bambine e renderle consapevoli che non esistono ostacoli o barriere alle loro capacità e ai loro obiettivi. In Italia non riuscivo a trovare la forma giuridica giusta per costituirla. E’ stato molto frustrante. Ho fatto il giro di una decina di commercialisti ed ognuno mi proponeva una soluzione che però non era quella adeguata o che aveva dei vincoli per me insormontabili, anche economici. Poi un incontro illuminante ha permesso di creare la Fondazione Bet She Can, scommetti che lei ce la farà, che propone dei percorsi di empowerment per le bambine, ma anche per i bambini e non solo, siamo sempre nella logica dell’inclusione. Bet She Can vuole infondere una maggiore libertà di pensiero e di scelta. Non lavoriamo solo in seno alle scuole, ma anche nelle aziende. Abbiamo da poco finito due progetti con Ferrovie dello Stato, ad esempio. Uno è stato indirizzato ai figli e alle figlie dei dipendenti: abbiamo gestito una serie di laboratori sul tema dei mestieri tipicamente etichettati come maschili all’interno del mondo delle ferrovie. Nell’altro abbiamo coinvolto bambine delle elementari e studenti degli istituti professionali in progetti tecnici a tema ferroviario con un duplice obiettivo: per le bambine aprire le porte di un ambiente esclusivamente maschile e per gli studenti degli istituti tecnici , prevalentemente maschi, fornire una serie di soft skill che non vengono incentivate dal sistema scolastico ma che saranno preziosissime poi in azienda: trasmissione del know how, capacità di lavorare in gruppo, fare leva sulla diversità, ecc. 

Qual è il suo rapporto coi social network? Li usa per informarsi? Utilizza Linkedin? Trova che sia uno strumento utile per il suo lavoro oppure pensa che la quantità di inviti e di messaggi rischia di diventare invasiva? 

Io ritengo che i social network siano utilissimi sia come mezzo di diffusione – infatti li uso per la mia Fondazione – ma anche come mezzo di raccolta di informazioni. Non vedo gli aspetti negativi, ma solo moltissime opportunità. Sicuramente questi mezzi necessitano di tempo e io non ne dedico abbastanza: trovo molto utile Linkedin, ho molto contatti ma non sono ben classificati e per farlo, appunto, dovrei applicarmi di più.  

Parlando di sviluppo e trasformazione aziendale pensa che il settore Procurement possa e debba diventare più strategico?

Io sono convinta che il Procurement sia fra le funzioni chiave dell’azienda: se gestito bene dovrebbe toccare tantissime funzioni aziendali. E’ un processo trasversale che genera valore quando coinvolge anche il richiedente interno sul fabbisogno, sul demand in modo strutturato e puntuale, se nella negoziazione si ragiona insieme al fornitore, se si firmano contratti sensati con un bilanciamento di clausole bonus-malus e si pensa ad un approvvigionamento che sia sostenibile per l’azienda. Non sempre la rilevanza del Procurement viene recepita. Questo salto da una funzione prettamente operativa ad una altamente strategica permette di recuperare tantissimo valore. Bisogna puntare sul Procurement anche perché è un mezzo utilissimo per la pianificazione: è una funzione spesso e volentieri in ritardo, sempre in emergenza e questo genera costi aggiuntivi che potrebbero essere eliminati grazie, appunto ad una adeguata pianificazione e collaborazione con le altre funzioni aziendali. 

Quali sono secondo Lei i settori in cui le aziende dovranno svilupparsi domani? Quali quindi saranno le principali sfide che dovranno essere superate?

C’è un grande tema che è quello della sostenibilità, fondamentale per la nostra società ma anche per le aziende – la associo al rispetto. Rispetto per i dipendenti, per i clienti, per i fornitori, ma più in generale per l’ambiente, per il Pianeta, per il contesto in cui viviamo. A questo si lega il tema del welfare. Io vedo molte persone frustrate: se si puntasse sulle specificità e i punti di forza di ognuno, si riuscirebbe a sviluppare un ambiente di lavoro più armonioso per tutti e questo produrrebbe effetti sorprendenti sui risultati. Il denaro non è la leva più potente. Bisogna puntare al giusto bilanciamento dei carichi di lavoro, dare il dovuto riconoscimento per il contributo che ogni dipendente porta all’azienda, avere obiettivi che abbiano un impatto positivo non solo sul profitto e sul posto di lavoro ma anche sulla società e sull’ambiente, fare la differenza perché ormai il divario fra vita privata e vita professionale è sempre più fluido. 

Qual è il suo punto di vista sul mondo della consulenza?

Quello che vedo nel mondo della consulenza è che c’è ancora troppa quantità e poca qualità. Il cliente si aspetta un risultato, vuole essere soddisfatto e non è detto che presentarsi con uno squadrone di consulenti sia l’approccio giusto. Quello che desidera è avere il consulente al suo fianco, a bordo con lui sulla stessa barca, pronto a condividere i suoi mal di pancia. Questa empatia, nel mondo della consulenza, è una cosa fondamentale. 

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