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Business Portrait: Walter Bonzi – Studio MGP di Milano

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Business Portrait: Walter Bonzi – Studio MGP di Milano
Le opinioni dei nostri esperti
Luglio 4, 2018

Walter Bonzi, dello studio MGP di Milano e membro del Senior Advisory Board di Ayming: “Nel futuro ci sarà tanta tecnologia ma le aziende dovranno saper trattenere i talenti”

Incontriamo Walter Bonzi fuori dal suo ambiente professionale, lontano dalle mura dello studio MGP di Milano che ha fondato con altri ex colleghi di Deloitte.

Walter Bonzi è anche membro del Senior Advisory Board di Ayming e partecipa attivamente agli incontri organizzati per discutere e sviluppare tematiche di stretta attualità, come la sostenibilità, il welfare e la resistenza al cambiamento in azienda.

Il suo motto preferito è una frase di uno scrittore classico che inquadra bene quanto sia una persona attenta a ponderare le proprie parole e i propri pensieri: “Spesso mi son pentito di aver parlato, mai di aver taciuto”. Ci incontriamo in un luogo informale e disteso, un locale adiacente al suggestivo Santuario di San Camillo De Lellis, affacciato su una piccola piazza nei pressi della Stazione Centrale di Milano. 

Quali sono state le tappe fondamentali della tua carriera?

Il momento più importante della mia vita lavorativa è la decisione, presa nel 2005, di lasciare lo studio fiscale di Deloitte per fondare con altri colleghi un’attività nostra. All’epoca Deloitte stava vivendo un periodo di grande trasformazione, molto complessa dal punto di vista organizzativo a seguito della fusione con Arthur Andersen. Dal punto di vista formativo devo dire che il nostro lavoro si contraddistingue per la necessità di un continuo aggiornamento e studio. Il contesto competitivo è sempre più accentuato, quindi c’è pressione sulla qualità del servizio, ovviamente sui prezzi e sulla capacità di rispondere in tempi immediati alle richieste degli interlocutori. In questo contesto così esasperato a volte risulta difficile far comprendere appieno la complessità che si cela dietro una domanda che può apparire semplice.  

Quali sono le virtù che ti riconosci nel ruolo che svolgi e quali i lati del tuo carattere che vorresti migliorare?

La capacità di voler andare oltre alla superficie del problema, un’attitudine che non si è sbiadita neppure dopo tanti anni di lavoro. La capacità di analisi è un mio tratto distintivo fin dall’inizio della mia carriera, diventando poi un elemento chiave per conseguire buoni risultati. Un limite che mi riconosco è una certa tendenza a lavorare molto da solo, anche se sto cercando di lavorare su questo aspetto. 

Come coniughi lavoro e vita privata? Potresti descriverci un tuo giorno lavorativo tipo e un momento di relax?

Abito a Monza e ho due figlie, di dieci e quattordici anni, alle quali voglio dare la giusta attenzione. Durante la settimana a giorni alterni mi alzo presto per correre al parco. Dopo circa un’ora e mezza torno a casa per fare colazione tutti insieme. Sul treno mi informo leggendo i giornali sullo smartphone e giungo a Milano in ufficio, dove spesso incontro i clienti, a volte anche presso la loro sede. La giornata finisce verso le ore venti dopo aver speso parte del tempo anche in questioni di ordine pratico legate all’amministrazione e gestione dello studio. Al ritorno a casa mi aspetta una cena leggera e momenti preziosi con la mia famiglia. A tarda sera mi dedico alla lettura, in particolare di saggi storici. Seguo inoltre la musica blues e il rock progressive degli anni Settanta. Da poco sono andato al concerto di Roger Waters a Milano.

Raccontaci uno dei tuoi successi nei vari momenti: dalla sfida alle difficoltà, dal momento in cui hai temuto di non farcela al raggiungimento dell’obiettivo. 

La costituzione del nostro studio è stata una grande sfida. Al momento della decisione vi era tanta ansia e preoccupazione. Uscivamo dallo studio fiscale di una Big4 che era un mondo con tante complessità, ma con molti progetti interessanti da seguire. Era un ambiente confortevole da questo punto di vista. Uscire e lasciarlo con l’aspettativa di avere una propria clientela e prospettive di sviluppo non è stato un passaggio immediato e facile, anche dal punto di vista psicologico. Le cose sono comunque andate bene. Sono trascorsi ormai quasi tredici anni e devo dire che siamo riusciti a gestire questo grande cambiamento. Un successo professionale recente, invece, riguarda un’operazione di acquisizione da parte di un distributore italiano di un grosso gruppo tedesco. Abbiamo seguito la trattativa col venditore iniziata nel 2011 e che ha avuto alti e bassi, nella quale la mia assistenza non è stata solo di contenuto contrattuale, fiscale e societario, ma anche di mediazione tra le parti. È stata davvero molto complessa la fase della trattativa, ma l’affare è andato a buon fine con mia grande soddisfazione. 

Qual è il tuo rapporto coi social network? Li usi per informarti? Utilizzi LinkedIn? Trovi che sia uno strumento utile per il tuo lavoro oppure pensi che la quantità di inviti e di messaggi rischi di diventare invasiva? 

Nutro un moderato scetticismo verso i social network, quanto meno verso il loro utilizzo eccessivo e spesso invadente, delle cui grandi potenzialità sono però pienamente consapevole. Non mi piace condividere parte della mia vita privata attraverso i social, verso i quali è crescente la consapevolezza della loro pervasività e dei loro limiti in termini di sicurezza. Per tali ragioni il mio utilizzo, anche di LinkedIn, è piuttosto ridotto. Sono iscritto a Twitter del quale  ho potuto constatare di persona l’opportunità e i suoi limiti. Seguendo, ad esempio, The Jerusalem Post, Stephen King, la NASA, l’ISPI mi arrivano tantissimi stimoli di approfondimento e conoscenza. Apprezzo poi molto il Web per quanto riguarda l’informazione. Ho sempre letto alcuni giornali stranieri e in passato sono stato anche abbonato ad alcune testate, ma era comunque difficile accedere a certi canali informativi. Oggi ho invece un abbonamento tramite app al New York Times che mi consente di allargare i miei spazi informativi e culturali con modalità estremamente facili e veloci. Questo lo apprezzo tantissimo.  

Parlando di sviluppo e trasformazione aziendale pensi che il settore procurement possa e debba diventare più strategico?

La mia professione non prevede una competenza in questo ambito strettamente aziendale. Il rapporto con i clienti, soprattutto con quelli di media e grande dimensione, mi ha comunque permesso di comprendere come il procurement sia un fattore strategico. Nella crescente e spasmodica attenzione ai costi, negli ultimi anni in tanti hanno investito in questo settore. Ho esperienza diretta di un cliente del settore degli hotel luxury che ha impiegato degli specialisti esteri di procurement per ottimizzare la gestione degli approvvigionamenti. È evidente che le aziende hanno sviluppato un’attenzione particolare a questo aspetto. 

Quali sono secondo te i settori in cui le aziende dovranno svilupparsi domani? Quali quindi saranno le principali sfide che dovranno essere superate?

La tecnologia, evidentemente, ma anche la capacità di sviluppare al proprio interno risorse valide, saperle fidelizzare e trattenere al proprio interno. Io non credo che i giovani d’oggi siano peggiori della generazione che li ha preceduti. Ci sono persone molto valide che mettono tanta passione in ciò che fanno. L’attenzione esasperata al profitto nel breve e brevissimo termine, soprattutto nei gruppi internazionali, legati a precisi obiettivi di risultato, rischia però di sacrificare le risorse umane con il rischio di limitare la loro possibilità di crescita. Penso inoltre che una persona inserita in azienda necessiti di stimoli in termini di carriera, ma anche di una retribuzione adeguata al proprio ruolo. Se si vuol dare continuità e prospettiva all’impresa, è importante che le aziende considerino l’importanza di questo aspetto. 

Qual è il tuo punto di vista sul mondo della consulenza?

Credo che la consulenza sia importante per l’azienda, ma è fondamentale che il consulente abbia chiaro che non sta lavorando per il raggiungimento di un obiettivo reddituale proprio, ma piuttosto per dare un valore aggiunto al cliente: questo dev’essere immediatamente valutabile dall’imprenditore. Nelle grandi aziende e gruppi lavorare con consulenti di impresa è un fatto normale, specie in quelle di matrice anglosassone, ma in una realtà come la nostra, l’Italia, fatta di tantissime piccole e medie imprese, è necessario far capire che il consulente è un aiuto all’imprenditore. Il consulente inoltre deve scontrarsi talvolta con una diffidenza di fondo, specie in provincia. È necessario che la consulenza sappia porsi nella maniera adeguata ed empatica nei confronti della propria clientela. Il nostro Paese ospita moltissime eccellenze, spesso create da persone molto abili e con una limitata formazione, almeno nell’accezione oggi in voga. Faccio un esempio: ho lavorato in passato per un’azienda in provincia di Bergamo che è leader mondiale nella produzione di luci per discoteche, eventi sportivi e concerti. Il fondatore, oggi scomparso, era una persona che si era fatta da sé pur essendo priva di una cultura aziendale in senso stretto. In questi contesti l’approccio iniziale del consulente è basilare: un utilizzo eccessivo di inglesismi, ad esempio, può creare subito una barriera d’incomprensione che poi è difficile da abbattere. Penso che la prima regola della consulenza consista nel capire chi si ha di fronte e mettersi al livello del proprio interlocutore, valorizzando nello stesso tempo la propria competenza e spiegando l’utilità ritraibile per l’azienda.

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