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Le tensioni che negli ultimi mesi hanno interessato il Golfo Persico hanno riportato l’attenzione su uno dei principali snodi del commercio mondiale. L’area rappresenta infatti un crocevia per il trasporto di petrolio, gas naturale e merci destinate ai mercati internazionali, con effetti che si estendono ben oltre i Paesi direttamente coinvolti.
In questo scenario, lo Stretto di Hormuz simboleggia uno dei passaggi più strategici per il commercio internazionale; qualsiasi elemento di instabilità può riflettersi rapidamente sui mercati energetici, sui costi logistici e sulle catene di approvvigionamento globali.
Le conseguenze non riguardano soltanto gli operatori presenti nell’area del Golfo. Anche le imprese italiane inserite nelle filiere internazionali possono subire effetti indiretti legati all’aumento dei costi energetici, all’allungamento dei tempi di approvvigionamento e alla crescente volatilità dei mercati.
Per rispondere alle conseguenze economiche generate dalla crisi nell’area del Golfo Persico, il Governo ha introdotto una misura straordinaria affidata a SIMEST, la società del Gruppo Cassa Depositi e Prestiti specializzata nel sostegno all’internazionalizzazione delle imprese italiane. La misura si inserisce in un contesto in cui la gestione del rischio geopolitico sta assumendo un peso crescente nelle strategie di internazionalizzazione e nelle decisioni di investimento.
Perché la crisi del Golfo Persico preoccupa le imprese italiane
Quando si parla di Golfo Persico, il primo elemento da considerare è il ruolo che questa regione svolge negli equilibri economici globali. L’area concentra alcuni dei principali produttori mondiali di energia e rappresenta uno snodo logistico fondamentale per gli scambi internazionali.
Le tensioni che interessano questa regione non producono effetti limitati ai Paesi direttamente coinvolti. Al contrario, l’aumento dei premi assicurativi per il trasporto marittimo, le variazioni dei costi di spedizione e le possibili interruzioni delle rotte commerciali possono incidere sulla programmazione industriale e sulla redditività delle imprese in numerosi settori.
Per le aziende italiane, il rischio è spesso indiretto. Molte realtà non intrattengono rapporti commerciali con i Paesi del Golfo, ma dipendono da fornitori, materie prime o componenti inseriti in reti logistiche internazionali. In un sistema economico caratterizzato da filiere sempre più integrate, una criticità localizzata può generare conseguenze lungo l’intera catena del valore.
Il ruolo strategico dello Stretto di Hormuz nel commercio mondiale
Lo Stretto di Hormuz è uno dei punti di passaggio più sensibili per il commercio internazionale. Situato tra Oman e Iran, collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano e rappresenta la principale via marittima attraverso cui transitano le esportazioni energetiche provenienti dai Paesi del Golfo.
La rilevanza di questo corridoio logistico deriva dalla sua funzione di collegamento tra alcune delle maggiori economie esportatrici di petrolio e gas naturale e i mercati di destinazione in Europa, Asia e Nord America. Una quota significativa del commercio mondiale di greggio attraversa quotidianamente queste acque, rendendo la stabilità dell’area un elemento osservato con attenzione da governi, investitori e operatori industriali.
Quando le tensioni geopolitiche aumentano, il rischio non è necessariamente rappresentato dall’interruzione dei traffici, ma dall’incertezza che si trasmette ai mercati. Le quotazioni delle materie prime energetiche tendono infatti a incorporare rapidamente il rischio geopolitico, con effetti sui costi sostenuti da imprese e consumatori.
Anche il sistema dei trasporti marittimi risente di queste dinamiche. L’aumento dei costi assicurativi, la revisione delle rotte commerciali e l’adozione di misure precauzionali da parte degli operatori logistici possono tradursi in maggiori costi operativi e in una minore efficienza delle catene di approvvigionamento internazionali.
Gli effetti indiretti sulle aziende esportatrici
Per molte imprese italiane l’impatto della crisi nel Golfo Persico non si manifesta attraverso rapporti commerciali diretti con l’area, ma attraverso una serie di conseguenze economiche che possono riflettersi sull’intera attività aziendale.
Tra gli effetti più rilevanti si segnalano:
- Aumento dei costi energetici: le tensioni che coinvolgono uno dei principali snodi mondiali per il trasporto di petrolio e gas tendono ad alimentare oscillazioni nei prezzi delle commodity energetiche, con ricadute sui costi di produzione sostenuti dalle imprese manifatturiere e dai settori ad alta intensità energetica.
- Incremento dei costi logistici e di trasporto: l’aumento dei premi assicurativi applicati alle rotte considerate più esposte al rischio e l’eventuale riallocazione delle navi verso percorsi alternativi possono incidere sui costi operativi e sulla marginalità delle operazioni commerciali.
- Rallentamenti negli approvvigionamenti: in filiere caratterizzate da una forte integrazione internazionale, eventuali criticità nei flussi logistici possono tradursi in ritardi nella consegna di componenti, semilavorati e materie prime, con impatti sulla pianificazione produttiva.
- Maggiore volatilità dei mercati: le fasi di instabilità geopolitica tendono ad aumentare l’incertezza sui prezzi delle materie prime, sui tassi di cambio e sulle prospettive di crescita economica, influenzando le decisioni di investimento e le strategie di sviluppo internazionale delle imprese.
La risposta del Governo: il nuovo pacchetto SIMEST da 800 milioni di euro
L’intervento, previsto dall’art. 8-quater del D.L. 42/2026, mobilita complessivamente 800 milioni di euro attraverso il Fondo 394/81, lo storico strumento pubblico dedicato al supporto delle aziende impegnate nei percorsi di crescita internazionale.
A differenza di quanto potrebbe far pensare l’annuncio del nuovo stanziamento, non si tratta di una misura completamente autonoma. L’iniziativa si innesta infatti sulla linea SIMEST “Transizione Digitale o Ecologica”, già utilizzata per sostenere investimenti in innovazione, sostenibilità e rafforzamento competitivo. Il decreto ha introdotto una finestra straordinaria dedicata alle imprese che stanno subendo gli effetti della crisi nel Golfo, prevedendo condizioni di accesso e agevolazioni più favorevoli rispetto alla versione ordinaria dello strumento.
Il cuore dell’intervento è rappresentato dalla nuova linea “Energia per la Competitività Internazionale”, pensata per sostenere le aziende che hanno registrato un incremento dei costi energetici o una riduzione del fatturato riconducibili alle tensioni geopolitiche nell’area. L’obiettivo è consentire alle imprese di proseguire i propri programmi di investimento e di mantenere la presenza sui mercati esteri nonostante il peggioramento del contesto economico.
La misura si rivolge non soltanto alle imprese esportatrici, ma anche alle aziende che operano come fornitori diretti di realtà orientate all’export. Una scelta che riflette la natura sempre più integrata delle filiere produttive e la volontà di sostenere l’intero ecosistema che contribuisce alla competitività internazionale del Made in Italy.
Gli obiettivi della misura
La misura nasce per sostenere la capacità delle imprese italiane di continuare a investire e competere sui mercati internazionali in una fase caratterizzata da maggiore instabilità economica e geopolitica.
Un primo obiettivo riguarda la tutela della competitività delle aziende esportatrici e delle filiere che contribuiscono alla presenza del Made in Italy sui mercati esteri. Le recenti crisi internazionali hanno infatti evidenziato come gli effetti di uno shock geopolitico possano propagarsi lungo l’intera catena del valore, coinvolgendo non soltanto gli esportatori diretti, ma anche fornitori, subfornitori e partner industriali.
L’intervento si inserisce inoltre nella più ampia strategia di sostegno all’internazionalizzazione promossa dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. In questo contesto, il Fondo 394/81 viene utilizzato come leva per accompagnare investimenti in innovazione, sostenibilità e rafforzamento della struttura finanziaria delle imprese.
La finalità di lungo periodo è contribuire a rendere il sistema produttivo italiano più solido e competitivo in uno scenario internazionale caratterizzato da crescente volatilità e da una maggiore esposizione ai rischi geopolitici.
Chi può accedere alla nuova misura SIMEST
La misura è destinata alle imprese italiane esportatrici e alle aziende che operano come fornitori diretti di imprese italiane attive sui mercati esteri. Il perimetro dei beneficiari, quindi, non si limita alle realtà che vendono direttamente fuori dai confini nazionali, ma comprende anche una parte della filiera produttiva che sostiene l’export italiano.
Molte imprese contribuiscono alla competitività internazionale del Made in Italy pur non figurando tra gli esportatori diretti. Per questo la misura estende il proprio perimetro anche ai fornitori che operano nelle filiere dell’export, riconoscendo il ruolo che queste aziende svolgono nella capacità competitiva del sistema produttivo nazionale.
L’accesso alla misura riguarda quindi due categorie principali:
- Imprese esportatrici, con attività diretta sui mercati internazionali;
- Fornitori diretti di imprese esportatrici italiane, coinvolti nelle filiere a vocazione internazionale.
Il requisito dell’impatto economico
Oltre al legame con l’export, la misura richiede che l’impresa abbia subito un impatto economico riconducibile alla crisi nell’area del Golfo Persico o al perdurare delle tensioni sui costi energetici.
In particolare, possono accedere le aziende che abbiano registrato almeno una delle seguenti condizioni:
- Incremento dei costi energetici pari ad almeno il 10%;
- Riduzione del fatturato pari ad almeno il 10%.
Il requisito serve a circoscrivere l’intervento alle imprese che hanno effettivamente risentito dello shock geopolitico o energetico. Non basta, dunque, appartenere a una filiera internazionale: occorre dimostrare un impatto misurabile sui conti aziendali, attraverso l’aumento dei costi o la contrazione dei ricavi.
La misura è aperta a imprese di tutti i settori e di qualsiasi dimensione, pur prevedendo condizioni agevolative differenziate in funzione delle caratteristiche dell’impresa beneficiaria.
Come funziona l’agevolazione
La misura “Energia per la Competitività Internazionale” mette a disposizione delle imprese un finanziamento agevolato fino a 5 milioni di euro, con condizioni economiche rafforzate rispetto alla versione ordinaria dello strumento.
Uno degli elementi più rilevanti riguarda il tasso agevolato, che può arrivare fino allo 0,3%, consentendo alle aziende di accedere a risorse finanziarie a condizioni significativamente più favorevoli rispetto a quelle generalmente disponibili sul mercato del credito.
La misura prevede inoltre una durata fino a 8 anni, offrendo alle imprese un orizzonte temporale più ampio per sostenere gli investimenti e pianificare il rimborso delle somme ottenute. A questo si aggiunge la possibilità di ricevere un anticipo fino al 50% dell’importo concesso, una leva che consente di disporre rapidamente delle risorse necessarie per avviare i progetti finanziati.
Un aspetto distintivo dell’intervento riguarda il ruolo attribuito al rafforzamento patrimoniale. Fino al 90% del finanziamento può infatti essere destinato a operazioni finalizzate al consolidamento della struttura finanziaria dell’impresa, con l’obiettivo di aumentare la capacità di investimento e la resilienza aziendale in una fase caratterizzata da elevata incertezza economica.
La misura consente inoltre di destinare fino a 1,5 milioni di euro a incrementi di capitale o al sostegno delle società controllate, ampliando le possibilità di intervento per gruppi e imprese con una presenza articolata sui mercati internazionali.
Quota a fondo perduto
Accanto al finanziamento agevolato, la misura prevede una componente a fondo perduto che riduce il costo effettivo dell’investimento per le imprese beneficiarie.
Per le PMI, il contributo può arrivare fino al 30% dell’importo finanziato, mentre per le imprese di maggiori dimensioni la quota massima è pari al 20%. La differenziazione riflette la volontà di garantire un sostegno più incisivo alle realtà che, per dimensioni e struttura finanziaria, risultano generalmente più esposte agli effetti delle crisi economiche e geopolitiche.
L’intensità dell’agevolazione rappresenta uno degli aspetti più significativi della misura. La combinazione tra finanziamento a tasso agevolato e contributo a fondo perduto consente infatti alle imprese di sostenere investimenti strategici riducendo l’impatto finanziario dell’operazione.
Le domande possono essere presentate attraverso i canali SIMEST dal 25 maggio al 31 dicembre 2026, salvo esaurimento delle risorse disponibili. Considerata la dotazione finanziaria e l’ampiezza della platea potenzialmente interessata, la capacità di predisporre rapidamente la documentazione necessaria potrebbe rappresentare un elemento rilevante per l’accesso alle agevolazioni.
Quali investimenti e spese possono essere finanziati
Tra gli interventi finanziabili rientrano i progetti di digitalizzazione dei processi aziendali, finalizzati a migliorare l’efficienza operativa, ottimizzare la gestione dei dati e favorire l’adozione di tecnologie a supporto della produzione e delle attività commerciali.
La misura sostiene inoltre investimenti legati alla transizione ecologica, con particolare riferimento a iniziative di efficientamento energetico, riduzione dei consumi e miglioramento delle performance ambientali dell’impresa. In un contesto caratterizzato da elevata volatilità dei costi dell’energia, questi interventi possono contribuire a ridurre l’esposizione dell’azienda alle oscillazioni dei mercati energetici.
Rientrano nel perimetro delle spese ammissibili anche progetti orientati alla decarbonizzazione dei processi produttivi e all’adozione di modelli di economia circolare, attraverso interventi finalizzati a un utilizzo più efficiente delle risorse e a una riduzione degli sprechi lungo il ciclo produttivo.
Accanto agli investimenti in innovazione e sostenibilità, la misura attribuisce un ruolo centrale al rafforzamento patrimoniale delle imprese. Le risorse possono essere utilizzate per operazioni finalizzate al consolidamento della struttura finanziaria aziendale e al supporto delle società controllate, ampliando le possibilità di intervento per gruppi e realtà imprenditoriali presenti su più mercati.
In sintesi, la misura può sostenere investimenti riconducibili ai seguenti ambiti di intervento:
| Ambito di intervento | Esempi di attività finanziabili |
| Digitalizzazione | Digitalizzazione dei processi aziendali, gestione e analisi dei dati, adozione di tecnologie a supporto della produzione e delle attività commerciali |
| Efficientamento energetico | Interventi per la riduzione dei consumi energetici, miglioramento dell’efficienza degli impianti e ottimizzazione dell’utilizzo delle risorse |
| Transizione ecologica | Progetti finalizzati al miglioramento delle performance ambientali e alla riduzione dell’impatto delle attività aziendali |
| Decarbonizzazione | Interventi per la riduzione delle emissioni e l’evoluzione verso modelli produttivi più sostenibili |
| Economia circolare | Ottimizzazione dell’utilizzo delle risorse, riduzione degli sprechi e valorizzazione dei materiali lungo il ciclo produttivo |
| Rafforzamento patrimoniale | Consolidamento della struttura finanziaria aziendale e supporto alle società controllate |
Come presentare domanda
Le domande per accedere alla misura “Energia per la Competitività Internazionale” possono essere presentate dal 25 maggio 2026 al 31 dicembre 2026, salvo esaurimento anticipato delle risorse disponibili.
Le imprese interessate devono verificare il possesso dei requisiti previsti dalla misura, con particolare riferimento all’impatto economico subito a seguito della crisi nel Golfo Persico o dell’aumento dei costi energetici.
Le richieste di agevolazione devono essere presentate attraverso il portale SIMEST, secondo le modalità operative previste per gli strumenti del Fondo 394/81.
La documentazione dovrà consentire di dimostrare sia l’ammissibilità dell’impresa sia l’incremento dei costi energetici o la riduzione del fatturato richiesti per l’accesso alle agevolazioni.
Al termine dell’istruttoria, SIMEST procede alla valutazione della domanda e alla successiva concessione del finanziamento e dell’eventuale quota a fondo perduto.
Oltre l’emergenza: perché la resilienza della supply chain è diventata una priorità strategica
Negli ultimi anni le imprese hanno dovuto confrontarsi con una successione di eventi che hanno messo in discussione molti dei presupposti su cui erano state costruite le catene globali del valore. La pandemia ha evidenziato la fragilità di sistemi produttivi fortemente dipendenti da fornitori localizzati in specifiche aree geografiche, mentre le successive crisi energetiche e geopolitiche hanno mostrato come fattori esterni possano incidere rapidamente sulla continuità operativa delle aziende.
Se fino a pochi anni fa il principale criterio nella progettazione delle supply chain era rappresentato dall’efficienza dei costi, oggi le imprese devono confrontarsi con variabili molto più articolate. Disponibilità delle materie prime, sicurezza delle rotte commerciali, stabilità dei mercati energetici e affidabilità dei partner internazionali sono entrati stabilmente nei processi decisionali.
La crisi nel Golfo Persico si inserisce in questo scenario. Più che un episodio isolato, rappresenta l’ennesima manifestazione di una tendenza che sta caratterizzando l’economia globale: l’aumento dell’esposizione delle imprese a rischi che nascono al di fuori del loro diretto controllo ma che possono produrre conseguenze concrete su costi, investimenti e capacità competitiva.
Le imprese stanno ripensando i propri modelli di crescita
Di fronte a uno scenario più instabile, molte aziende stanno rivedendo le strategie che hanno guidato i processi di internazionalizzazione negli ultimi decenni. L’obiettivo non è abbandonare i mercati globali, ma costruire modelli di crescita meno vulnerabili agli shock esterni.
Per oltre vent’anni molte catene di approvvigionamento sono state progettate con una priorità precisa: massimizzare l’efficienza e ridurre i costi. La disponibilità di fornitori globali, trasporti relativamente economici e mercati sempre più integrati ha favorito la costruzione di filiere estese e fortemente interconnesse. Le crisi degli ultimi anni hanno però evidenziato i limiti di questo modello quando vengono meno le condizioni di stabilità su cui era stato costruito.
Oggi le imprese si trovano a bilanciare esigenze diverse. Al contenimento dei costi si affiancano obiettivi come la continuità operativa, la sicurezza degli approvvigionamenti e la capacità di assorbire shock geopolitici, energetici o logistici. In questo contesto, la resilienza della supply chain sta assumendo un valore sempre più rilevante nelle decisioni strategiche.
Uno dei cambiamenti più evidenti riguarda la diversificazione geografica di fornitori, partner e mercati di destinazione. Ridurre la dipendenza da singole aree economiche consente di distribuire il rischio e di limitare l’impatto di eventuali crisi localizzate.
Parallelamente, stanno acquisendo maggiore rilevanza strategie di nearshoring e regionalizzazione delle filiere. In diversi settori si osserva una tendenza a riportare parte delle attività produttive più vicino ai mercati di riferimento, privilegiando una maggiore stabilità logistica rispetto alla sola ricerca del costo più basso.
Anche la gestione del rischio sta assumendo un ruolo diverso rispetto al passato. Le imprese più strutturate stanno integrando valutazioni geopolitiche, energetiche e finanziarie nei processi di pianificazione, trasformando la resilienza da tema operativo a componente delle strategie di crescita.
Questo cambiamento coinvolge inevitabilmente anche la pianificazione finanziaria. Investire in nuove tecnologie, rafforzare la struttura patrimoniale o diversificare le fonti di approvvigionamento richiede risorse e una visione di lungo periodo, soprattutto in contesti caratterizzati da elevata volatilità.