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I tributi ambientali rappresentano uno stimolo per cambiare la governance d’impresa. EPR, CBAM ed EUDR impongono la necessità di gestire costi, di coordinare gli attori della filiera, di raccogliere e gestire dati e proteggere la reputazione aziendale. Per evitare il rischio di frammentazione delle attività è necessario predisporre una regia unica che sappia integrare i ruoli e gli interventi di CFO, procurement, sustainability, logistica e operations.
Il tema dei tributi ambientali ha vissuto nel giro di pochi anni una profonda e ampia evoluzione e richiede alle aziende di predisporre una specifica strategia. Il perimetro di questi tributi si è esteso e comprende tipologie di oneri che hanno come denominatore comune la necessità di produrre grandi quantità di dati, di disporre di una governance capace di considerare le relazioni sempre più strette tra i diversi tributi.
Predisporre una strategia per gestire i tributi ambientali non può limitarsi a una serie di azioni per adempiere a una voce regolatoria da presidiare o nella capacità di intervenire quando un nuovo obbligo impone di raccogliere documenti in tempi stretti.
Pensare a una strategia per i tributi ambientali significa prendere atto che la nuova cornice delle normative legate alle politiche ambientali sta ridefinendo il baricentro della gestione aziendale. In questa prospettiva è necessario mettere in relazione i temi specifici della fiscalità ambientale con i principi e gli oneri legati alla responsabilità del produttore, occorre saper alzare lo sguardo e predisporre i dati per rispondere alle richieste relative alla tracciabilità della filiera e affrontare le complessità che stanno trasformando le politiche fiscali legate alle importazioni. E, dentro a queste cornici, gestire le variabili legate al carbonio, ai dati di prodotto, ai rischi reputazionali.
La governance dei tributi ambientali sta esaurendo la fase in cui poteva essere affrontata come un tema eminentemente tecnico per assumere una dimensione strategica. CFO, procurement e sustainability management non possono più essere chiamati in causa separatamente, ma devono operare in modo collegiale nell’ambito di un unico sistema decisionale perché gli obblighi ambientali hanno ormai un impatto simultaneo su costi, forniture, accesso al mercato, politiche di credito, reporting e reputazione ESG.
In questo scenario, tra i tributi ambientali la gestione di EPR (Extented Producer Responsibility), il (Carbon Border Adju CBAM stment Mechanism) e l’EUDR (European Union Deforestation Regulation) rappresentano assieme uno dei banchi di prova più rilevanti per le imprese.
Tributi ambientali: perché EPR, CBAM ed EUDR sono sempre più interconnessi
Tre dei più importanti tributi ambientali EPR, CBAM ed EUDR sono conosciuti soprattutto per la complessità legata alla raccolta e alla preparazione dei dati necessari al loro adempimento. Una complessità che arriva in buona misura dalla propensione delle imprese di affrontare questi strumenti come capitoli distinti. Da una parte la responsabilità estesa del produttore, dall’altra il carbonio incorporato nelle importazioni, dall’altra ancora la due diligence contro la deforestazione.
Nella realtà, il valore di una valida strategia di sostenibilità sta anche nella capacità di cogliere una traiettoria comune tra tutte queste normative. Con una semplificazione, forse un po’ brutale, si può dire che l’Europa chiede alle imprese di predisporre dati su ciò che acquistano, sulle loro importazioni, sui prodotti che immettono sul mercato e, in generale, su come questi fattori impattano sull’ambiente.
EPR, CBAM ed EUDR non sono solo adempimenti
EPR, CBAM ed EUDR stanno anche ridefinendo la tipologia e la qualità delle informazioni che un’impresa deve governare. L’EPR collega progettazione, immissione sul mercato, raccolta e gestione del recupero del prodotto non più utilizzato; il CBAM mette in relazione merci importate, contenuto emissivo e costo; l’EUDR a sua volta va a regolare il rapporto tra prodotto, origine e due diligence. Al di là del fatto che si tratta di normative che implicano un onere più o meno importante sono anche meccanismi che impongono alle imprese di conoscere con maggior dettaglio la propria catena del valore.
Il paradigma della responsabilità estesa si innesta in quello della tracciabilità
L’EPR in particolare attribuisce ai produttori una responsabilità finanziaria e in alcuni casi anche fisica per la gestione del post-consumo. Si tratta di un principio che si salda con il paradigma della tracciabilità. Nell’orientamento del legislatore c’è il pensiero che occorre dimostrare con dati certi e affidabili cosa accade lungo la filiera. Se si hanno le competenze, le tecnologie per “seguire” il percorso di funzionamento di un prodotto si generano le condizioni per assumersene effettivamente tutte le responsabilità e per dimostrarle “dati alla mano”.
Che cosa si intende per tributi ambientali e perché stanno cambiando la governance aziendale
Prima di procedere in questo esame è però importante precisare che cosa intende esattamente per tributi ambientali.
Letteralmente li si deve considerare alla stregua di una “tassa associata all’ambiente” ovvero di un prelievo che ha come base imponibile una unità fisica, o un suo proxy, che determina un impatto negativo sull’ambiente.
In altre parole, il tributo ambientale intende stabilire una relazione tra fenomeno fisico, impatto ambientale, misurazione e obbligo economico.
Se però si pensa ai tributi ambientali nell’accezione aziendale si deve considerare che questo termine comprende non solo le tasse in senso stretto, ma anche i contributi, gli oneri di conformità, le diverse responsabilità economiche che sottostanno alla normativa ambientale. Più genericamente si può dire che con tributi ambientali si intende spesso una categoria di oneri in cui rientrano gli impegni economici legati agli obblighi ambientali.
Come si passa dalla compliance normativa alla gestione integrata del rischio
All’evoluzione dei tributi ambientali corrisponde anche una evoluzione nell’atteggiamento delle aziende. Per lungo tempo la risposta a un nuovo adempimento è stata reattiva: la norma arriva, ci si prepara, si cercano le condizioni meno onerose e si produce la documentazione richiesta.
La semplice “reazione” oggi non è più sufficiente e la ragione è legata al fatto che il rischio non è più solo sanzionatorio. In molte circostanze il rischio può arrivare al blocco delle attività, può amplificarsi in una logica di filiera, può provocare contestazioni da parte di clienti o partner commerciali. In tutti i casi si può ulteriormente amplificare anche in un rischio reputazionale.
Ecco che i tributi ambientali assumono un peso che va oltre l’adempimento e che merita di rientrare nelle metodiche di risk management aziendale. Anche perché nel momento in cui si predispone un lavoro che consenta di organizzare flussi informativi relativi a normative, contratti di fornitura, processi di importazione, struttura dei costi e reputazione ESG, la governance dei tributi ambientali non può essere solo un adempimento normativo ma deve diventare una leva organizzativa.
Perché i tributi ambientali incidono su costi, forniture e reputazione
La necessità di attenzionare i tributi ambientali da parte del risk management è determinata dal fatto che questi obblighi non sono di pertinenza di un solo centro di responsabilità, ma direttamente o indirettamente rappresentano un fattore di interconnesione tra diverse aree aziendali. Di fatto si tratta di tributi che possono modificare il costo totale di approvvigionamento, spesso impongono la richiesta di nuovi dati ai fornitori, in altri casi la mole degli adempimenti può arrivare a rallentare l’ingresso sul mercato di un prodotto o in alcuni casi possono imporre di modificarlo. Di certo rischiano di esporre l’azienda a contestazioni sulla sostenibilità dichiarata.
Se si guarda al loro impatto dalla prospettiva economica, al di là del costo intrinseco del singolo tributo, determinano un impatto anche indiretto sulla marginalità, sul lavoro delle supply chain e non ultimo e non meno importante, sulla fiducia del mercato nel brand.
Il rischio reputazionale ESG è per queste ragioni strettamente connesso alla qualità della governance interna. Eventuali errori nei dati, un disallineamento tra i fornitori, possibili lacune nei processi che abilitano la capacità di assumere la responsabilità di un prodotto in tutte le sue fasi sono solo alcune delle eventuali situazioni che trasformano un problema legato ai tributi ambientali in una questione di credibilità aziendale.
EPR, CBAM ed EUDR: qual è l’impatto operativo sulle imprese
Un tema di fondamentale importanza per ciascuna impresa è poi rappresentato dalla valutazione dell’impatto operativo della gestione dei tributi ambientali e in particolare dell’EPR, del CBAM e dell’EUDR. Un impatto operativo che non si limita certamente alla sola reportistica, ma che attiene alla struttura dei processi che governano le imprese.
EPR: come sta cambiando la responsabilità del produttore
L’EPR rende il produttore responsabile, in forma economica e in alcuni casi operativa, dei beni immessi sul mercato nel momento in cessano di essere utilizzati. Sulla base di questo concentto, quantità e qualità dei materiali utilizzati per la produzione, design e progettazione, schemi di raccolta e meccanismi di recupero, diventano temi primari. Il principio “trasformativo” dell’EPR è legato al fatto che chi progetta il prodotto, chi lo acquista, chi lo contabilizza e chi ne valuta l’impatto ambientale deve condividere una base dati comune.
CBAM: il meccanismo che collega carbonio, fornitori, importazioni e costi
Pensato per applicare un prezzo del carbonio ad alcune merci importate come ferro e acciaio, alluminio, cemento, fertilizzanti, idrogeno, il CBAM punta ad allineare i prodotti di importazione alla logica del mercato del carbonio europeo. Il regime definitivo impone alle aziende di produrre dati sulle emissioni incorporate nei prodotti (come emissioni dirette, indirette e dei “precursori”). In concreto le aziende devono predisporre una documentazione che comprende un report tecnico sulle emissioni del fornitore extra-UE, la fonte del dato, le bollette doganali, le fatture commerciali, le ricevute fiscali e le certificazioni governative del paese d’origine e deve qualificarsi come “Dichiarante CBAM autorizzato“. Per la gestione di questi passaggi è necessario coordinare il lavoro di più funzioni aziendali: il procurement deve capire da chi compra, il finance deve capire quanto costa, il sustainability team deve capire come viene misurato l’impatto. Il coordinamento è indispensabile.
EUDR: la tracciabilità di filiera è qualcosa di più di una condizione di conformità
L’EUDR a sua volta non si “risolve” con una dichiarazione. In questo caso l’adempimento richiede alle aziende di dimostrare “documenti alla mano” che i propri prodotti e le materie prime con cui sono stati realizzati non siano associati a deforestazione o ad attività che provocano degrado forestale sulla base dei riferimenti relativi al quadro normativo europeo.
Questo tipo di impegno è destinato a cambiare il rapporto tra le imprese e gli altri attori della filiera: non è più sufficiente conoscere il fornitore diretto. Adesso è necessario ricostruire e produrre le evidenze materiali relative all’impatto considerando che il tema potrebbe non essere legato alla “sola” conformità, ma potrebbe porre questioni legate alla continuità di un rapporto commerciale o alla sua evoluzione.
Perché una gestione frammentata dei tributi ambientali aumenta i rischi
Uno dei rischi più frequenti dal punto di vista gestionale è rappresentato dalla frammentazione con cui spesso si affrontano le tematiche poste dai tributi ambientali. Se manca una regia unica e ogni funzione presidia una parte del problema con un “approccio a silos”, si amplificano i rischi di inefficienze con dati che si duplicano, responsabilità imprecise o ambigue e rischi di imprecisioni nei controlli.
Come superare i limiti di una governance a silos
La governance, quando segue un approccio reattivo, produce tre effetti tipici: l’azienda non può contare su una funzione in grado di controllare l’intero processo; si perde la possibilità di cogliere le interconnessioni e le interdipendenze nelle informazioni che vengono prodotte e in ultima istanza risulta molto più difficile stimare in modo preciso il costo totale. Se anche si raggiunge comunque in modo corretto la compliance ambientale si perde però la possibilità di sfruttare il respiro strategico dei dati e delle informazioni che si possono raccogliere.
Il superamento dei silos si ottiene grazie a una regia predisposta sulla base di regole chiare per tutti i fattori chiave del processo di adempimento, vale a dire per la raccolta dati, per la validazione delle informazioni, per la gestione dei controlli.
I rischi reputazionali tra filiera, fornitori e mercato
Il ruolo e il valore di una regia responsabilizzata sul controllo e sulla interpretazione degli effetti delle informazioni è anche il presupposto per permettere all’azienda di dimostrare la tracciabilità e l’affidabilità delle proprie dichiarazioni sia in termini di qualità dei dati sia per quanto attiene alla gestione dei fornitori. In questo modo è possibile disporre di una organizzazione in grado di evitare (o nel caso gestire) il rischio reputazionale ESG. Un rischio che si manifesta nel momento in cui le dichiarazioni non sono sostenute da dati “parlanti” affidabili. E in molti casi si tratta di un danno reputazionale che può anche superare quello amministrativo.
I rischi operativi per procurement, logistica e finance
Se si guarda alla componente acquisti di un’azienda il rischio che si corre, in assenza di una governance adeguata dei tributi ambientali, è rappresentato da acquisti che “entrano” in azienda senza essere accompagnati da dati appropriati. Nel caso della logistica il rischio si configura nella eventuale gestione di flussi documentali non coerenti con gli obblighi di tracciabilità. Per il finance poi la problematica più frequente riguarda il rischio di scoprire delle esposizioni economiche, delle passività potenziali o in definitiva dei costi aggiuntivi imprevisti. In definitiva si tratta di rischi che si abbassano in modo molto importante nel momento in cui si predispone una lettura centralizzata o almeno coordinata di tutti i dati richiesti per i vari adempimenti.
Chi sono le figure coinvolte per i tributi ambientali in azienda
Un altro tema che si pone nelle aziende in merito alla gestione dei tributi ambientali riguarda le responsabilità che devono essere coinvolte. Ancora una volta vale la regola del coordinamento e della regia tra competenze diverse e complementari.
Il ruolo del CFO nella governance dei tributi ambientali
Spesso si è indotti a ritenere che il CFO svolga prevalentemente un presidio sui costi finali. In realtà, sempre più frequentemente questa figura è chiamata a contribuire alla costruzione dei criteri con cui questi obblighi vengono misurati, allocati e anticipati. Il CFO è poi determinante nella “traduzione” dei fattori che determinano il rischio normativo in un rischio economico. In altre parole, il Chief Financial Officer rende leggibile l’impatto sul conto economico e sulla pianificazione.
I compiti del procurement nella raccolta dei dati e nella gestione dei fornitori
In qualità di punto di contatto diretto e privilegiato con gli attori della catena di fornitura il procurement ha il compito di tradurre i requisiti informativi legati a EPR, CBAM e EUDR nei processi di sourcing. Naturalmente ha il compito, anche per questi aspetti, di valutare l’affidabilità dei fornitori e di prevenire quelle criticità che se emergono a valle (a prodotto consegnato) si traducono in un impatto sulle operation e in costi più elevati.
La funzione sustainability tra compliance e strategia
Alla funzione sustainability è affidato primariamente il compito di interpretare la norma in funzione della conoscenza precisa delle caratteristiche dell’impresa e del contesto in cui opera. Sempre questa funzione deve definire le metodologie, deve poi coordinare criteri di rendicontazione e, aspetto molto importante, deve contribuire a impostare la lettura strategica dei dati.
Il ruolo di logistica e operations nella tracciabilità
Logistica e operations intervengono prevalentemente sui temi che accompagnano la tracciabilità dei beni trattati dalle normative. Il tema dell’origine, delle codifiche, dei documenti di trasporto, dei passaggi di magazzino, dei sistemi gestionali.
Governance dei tributi ambientali: perché serve un modello organizzativo unico
Nella gestione di tributi ambientali caratterizzati da una elevata complessità non basta predisporre una organizzazione motivata ad alzare il livello di attenzione, ma come è stato sottolineato, occorre affidarsi un metodo di governo unitario perché l’attenzione deve focalizzarsi su obblighi che nascono in punti diversi della catena del valore e producono effetti diversi sul business.
Perché una governance integrata riduce i costi nascosti
I vantaggi di una governance e di una regia integrata non si esprimono solo nella sicurezza dell’adempimento ma portano vantaggi anche in termini di riduzione dei costi che spesso sono “invisibili” a una prima lettura. La necessità di rilavorazioni, le richieste per consulenze correttive, la necessità di ricostruire dati a fronte di contestazioni, il tempo necessario per ottenere risposte da fornitori che non hanno consegnato i dati necessari e, in molti casi, i rischi di valutazioni economiche incomplete o imprecise si traducono in un danno economico che può essere evitato o quanto meno ridotto.
Il valore di una visione sistemica permette di ridurre rischio e frammentazione
In conclusione, occorre poi considerare che l’evoluzione della normativa europea relativa ai tributi ambientali si sta dimostrando come il frutto di un approccio che guarda in modo sempre più integrato ai temi della sostenibilità e della strategia industriale con una chiara responsabilità a livello di supply chain e con un approccio specifico basato sulla fiscalità.
La capacità delle aziende di rispondere a questo approccio con un approccio a sua volta integrato che stimola il dialogo tra CFO, procurement, sustainability, insieme a logistica e operations, favorisce sia una responsabilità condivisa sia la possibilità di trasformare la gestione di EPR, CBAM ed EUDR da obbligo normativo a fonte di possibili vantaggi competitivi: riducendo rischi e costi nascosti e aumentando controlli e affidabilità.

